25 ottobre 2006

Quali tecnologie immaginate da George Orwell nel suo romanzo 1984 sono diventate effettivamente realtà?

L'Utopia di Platone è più terrificante di quella di 1984 di Orwell, perché Platone auspica che si realizzi quel che Orwell teme possa avvenire”, è cosi che Arthur Koestler nel 1959 commentava l'opera più famosa di George Orwell(il suo vero nome era Eric Arthur Blair), 1984.

Il titolo indica l'anno in cui si svolgono i fatti che sono argomento del romanzo. L'autore ricava tale data semplicemente invertendo le due ultime cifre dell'anno, il 1948, in cui redasse il secondo e ultimo abbozzo del libro. Evidentemente, a Orwell il 1984 sembrava abbastanza lontano per situarvi un racconto fantastico, ma anche abbastanza vicino per potervi inserire fatti e situazioni, personaggi e una forma di linguaggio che nel 1948 apparivano tutt'altro che irreali, tanto che il romanzo fu subito accettato con favore dal pubblico anche per il suo carattere di "attualità".

1984 è un'anti-utopia perché prevede non già un mondo migliore, un mondo ideale più o meno vicino in cui l'umanità possa finalmente appagare la sua sete di giustizia, di amore e di bellezza, bensì un mondo insensato, in cui gli uomini vengono privati dell'anima e dove prevale soltanto la violenza autoritaria, mentre tutt'intorno non c’è che abbrutimento, tristezza, squallore, diffidenza e odio.

Certo, Orwell non intendeva affermare che la sua anti-utopia si sarebbe immancabilmente realizzata. Egli intendeva piuttosto lanciare un monito contro gli abusi del potere, manifestatisi in forme gravissime e allarmanti negli anni intorno alla seconda guerra mondiale, contro l'appiattimento della coscienza e dei sentimenti, contro la sopraffazione mentale compiuta dalle ideologie.

Facendo un parallelo tra il mondo odierno e quello ipotizzato da Orwell si notano diverse analogie.

Il mondo descritto da Orwell è diviso fra tre superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia, che si presumono in continua guerra tra loro. Gli avvenimenti si svolgono a Londra, che però ormai è l’ombra di se stessa tanto è depressa e per sempre ingrigita dalla ideologia imperante del Socing (il Socialismo Inglese), unica dottrina ammessa in Oceania. L'Inghilterra ne è ormai soltanto un territorio marginale - anche se strategicamente importante - denominato Fascia Aerea n. 1.

L'autorità di Oceania è il Grande Fratello, che appare in immagine in ogni luogo e sovrasta la vita pubblica e privata di ognuno, ma che in realtà nessuno conosce e nessuno ha mai visto di persona, governano e controllano il paese attraverso "il Partito" e i suoi ministeri onnipotenti. Ogni pensiero, ogni parola di qualsiasi suddito sono controllati da vari ministeri, specie da quello dell'Amore, da quello della Verità, ecc. Essi sono preposti in realtà all'imbonimento ideologico e morale dei cittadini per renderli completamente succubi al sistema, pronti a tradire qualsiasi sentimento di affetto e di amore anche verso i propri cari per servire lo stato, per renderli feroci odiatori dei nemici interni ed esterni del paese, e assolutamente incapaci di qualsiasi pensiero autonomo e forma di critica.

Al protagonista, Winston Smith, che è un funzionano del Ministero della Verità, dove è addetto all’ “aggiornamento” dei vecchi numeri del « Times » affinché corrispondano alla versione della storia voluta dal Partito, capita di innamorarsi, di trovare un rifugio in cui il Partito non possa vederlo e sentirlo almeno durante i radi e brevi incontri d'amore. A Smith capita anche di iscriversi alla grande ondata di malcontento e di resistenza interna che un giorno o l'altro dovrebbe rovesciare il sistema odiato.

Ma tutto gli si rivela come un grande inganno: il nido d'amore lontano dagli occhi e dalle orecchie del Partito non è che una trappola messa m piedi da spie del Partito, l’iscrizione al movimento d'opposizione interna una terribile macchinazione di agenti provocatori.

Arrestato, Winston Smith si consegna completamente nelle mani degli inquisitoli. Vorrebbe, però, conservare integra almeno una parte di sé: l'amore per la sua donna, anche se dispera di poterla mai più rivedere. Ma anche questa ultima e più intima e cara parte di sé gli viene strappata, ed egli stesso rinnega nel modo più vile e immondo la donna amata.

Ridotto a una parvenza d'uomo, a uno straccio fisico e morale, Winston Smith viene lasciato vivere un'esistenza insulsa e insignificante, ma conforme alla volontà del Partito, ai cui slogan finisce per credere così come tutto il suo amore è ormai rivolto unicamente al Grande Fratello.

I punti cardine del mondo orwelliano sono:

1) il controllo del pensiero attuato grazie al controllo del passato, e quindi dei documenti e della memoria, e del linguaggio grazie all'impoverimento della lingua.

2) La cancellazione graduale della famiglia, nella sostanza, e l'eliminazione del privato attraverso l'uso dei teleschermi, la vita viene controllata in ogni suo particolare.

3) La guerra come strumento per utilizzare le risorse che venivano prodotte in eccedenza, per mantenere costante il livello di vita. (lo sviluppo della tecnologia viene meno).

4) L'amore e i sentimenti umani vengono cancellati attraverso un'azione di lavaggio del cervello, e quindi unico sentimento sostenuto l'odio.

I prime tre punti possono essere analizzati alla luce dei giorni nostri cercando di collegare i fatti reali con quei tipi di concezione totalitaria. Il quarto punto secondo me, ora come ora, risulta il più lontanamente eseguibile, mentre gli altri tre hanno una loro logica di realizzazione, quindi non sarà argomentato.

1. Oggi ci sono tendenze, relative all'uso di tecnologie informatiche, quali internet, in cui le forme di comunicazione stanno facendo degenerare la lingua. La funzione principale della lingua è quella di comunicare attraverso parole, ed essa è sviluppata tra le varie popolazioni in funzione al bisogno che ciascuna popolazione ha di stabilire rapporti interpersonali, ed anche in funzione dell'ambiente a cui si fa riferimento. Infatti a qualsiasi nuova scoperta, che è appunto estranea all'ambiente in qui si vive, gli si viene associata una nuova parola, ad esempio una nuova pianta, che all'interno di una comunità scientifica dovrà essere identificata in modo non ambiguo e dovranno stabilire una comunicazione relativa ad un oggetto che ha una propria connotazione etimologica.

La degenerazione a qui mi riferivo, seppur lieve e non eccessivamente espansiva, a lungo andare potrebbe essere un problema serio, il riferimento più ovvio è ai cellulari, tramite i quali si è sviluppata la comunicazione tramite SMS che comporta una restrizione del numero delle parole usate e la loro modificazione, per ottenere, nel messaggio, il massimo significato con il minor numero di parole, ciò comporta appunto l'impoverimento del lessico ed una relativa difficoltà nel comunicare il proprio pensiero, eguale argomentazione è valida con internet e le Chat. Ciò che avviene, tendenzialmente e quindi senza nessun tipo di incentivo diretto, indirizzato a tale fenomeno, è chiaro e da tener d'occhio.

Quello che Orwell ci permette di analizzare è quello che accadrebbe, nella maniera più verosimile, nel caso questo tipo di degenerazione apparente fosse applicata in maniera sistematica, da determinate persone, al scopo di raggiungere il potere sulle masse, e conservarne l'integrità ignorante. I mezzi proposti sono evidenti: la sostituzione della lingua tradizionale(complessa) con un lingua nuova appunto neolingua, volta al diminuzione dei vocaboli ma soprattutto allo stravolgimento dei significati, come è evidente riprendendo i tre slogan principali del partito:

● LA GUERRA È PACE

● LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ

● L'IGNORANZA È FORZA

L'altro punto si fonda su un'altro slogan del partito ...chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato. Infatti essendo la storia, il passato, frutto solo di documenti e memoria, si deduce che effettivamente la realtà perde la sua prospettiva oggettiva, e tende ad essere considerato come semplice frutto della mente umana, e quindi della memoria, depositaria del passato(prospettiva soggettiva). Il partito controlla sia i documenti che la memoria, quindi controllando il passato tramite il loro continuo aggiornamento al presente, non fa altro che controllare il futuro, cioè il presente di domani.

2. L'utopia di Platone è più terrificante di quella di orwell, perché il primo auspica quello che il secondo teme che si realizzi. Questa è la dura e tremenda realtà, in Platone si trovano due analogie con il romanzo. La prima che tratta la famiglia, e il controllo sistematico della vita privata.

La famiglia è un intralcio per il corretto funzionamento della società, che altrimenti sarebbe potuta essere minato nella sua coesione, e in orwell lo stesso, la famiglia è sempre oggetto di disgregazione, al contrario del ruolo che aveva avuto nel passato. Ma di fronte all'impossibilità materiale di eliminare la famiglia, allora la gente era incoraggiata, di solito, a esser fiera e amorosa della propria prole, più o meno nella solita maniera del passato. Ma i figli, invece, venivano sistematicamente istigati a rivoltarsi contro i genitori, e si insegnava loro a far la spia del loro operato e a denunciare le loro mancanze. La famiglia era divenuta, in sostanza, una sottosezione della Psicopolizia.

L'altro punto è l'eliminazione del privato come condizione essenziale di vita, privato sempre sostituito dal carattere pubblico, Platone diceva che chi, tra i saggi e conoscitori del bene, non avrebbe potuto avere una vita privata, perché altrimenti avrebbe compromesso lo svolgimento della loro funzione di trattare la cosa pubblica, per guidare il popolo. Qui entra in gioco il teleschermo una tecnologia che consisteva praticamente in un dispositivo, simile alla televisione odierna, con la possibilità non solo di trasmettere in video, ma anche di ricevere allo stesso tempo. Quindi in poche parole non solo avevi tale dispositivo che costantemente, senza possibilità di essere spento, trasmetteva materiale di ogni genere, ma in più eri perennemente spiato, da parte della psicopolizia, che si preoccupava che i vari membri della società non commettessero dei reati di pensiero, cioè si schierassero contro il partito, tanto meno atti cospirativi contro il Grande Fratello. La tecnologia immaginata in questo caso non è che sia tanto lontana da quella posseduto al giorno nostro, infatti il teleschermo è facilmente riproducibile con nostre tecnologie, tanto che forme di questo genere stanno prendendo forma. La televisione in se, ha la stessa funzione, sebbene un po’ meno marcata, del teleschermo di Orwell, cioè quella di propaganda, intesa da me nel senso più negativo del termine, poiché utilizzata con metodo da chi la possiede. Non c'è dubbio che da quando la televisione è stata inventata è aumenta la capacità persuasiva, di chi opera nel settore economico e politico, volta ha creare una realtà fittizia, in modo tale da confondere e persuadere gli utenti. Tale potente mezzo della comunicazione, oggi non può essere integrato con un sistema simile al teleschermo, capace di far diventare superfluo la distinzione tra privato e pubblico, non tanto per un impedimento tecnico, quanto per un impossibilità di tipo culturale. La privacy è un diritto inalienabile, fino a quando non viene violato, anche se appunto la tendenza, seppur sporadica, dell'utilizzo della tecnologia come strumento di potere è evidente.

Possiamo concludere affermando che l'analogia del teleschermo, da parte della televisione, è riconoscibile, anche nella sua forma più parziale. Ma è impossibile negare che la televisione sta diventando troppo spesso, anche uno strumento trasmettitore, e la probabilità che tale mezzo diventi come quello ipotizzato in 1984, è molto alta e non lontana. Sarà il processo culturale che avverrà nei prossimi anni a darci una risposta di conferma, positiva o negativa.

3. L'economia di parecchi paesi fu costretta a segnare il passo, in alcune terre si smise di coltivare, i capitali non furono accresciuti, grandi strati di popolazioni furono tenuti lontano dal lavoro e mantenuti malamente in vita dalla carità dello Stato. Ma questo portò anche la decadenza militare, e poiché le privazioni che ne erano il risultato costituivano, agli occhi di tutti, un male non necessario, l'opposizione divenne inevitabile. Il problema parve risolversi col mantenere in moto le ruote dell'industria senza tuttavia che si accrescesse la reale ricchezza del mondo. I beni dovevano essere prodotti, ma non dovevano essere distribuiti. Ed in pratica, l'unico modo per raggiungere quel risultato era di mantenersi perpetuamente in guerra.

La guerra viene mossa dalle classi dirigenti contro i propri seguaci e l'oggetto della guerra non è quello prevenire o di fare conquiste territoriali, bensì quello di mantenere intatta la struttura della società. E quindi la stessa parola guerra è divenuta equivoca. Sarebbe probabilmente esatto dire che, una volta divenuta continua, senza più interruzione, la guerra ha cessato propriamente di esistere.
Da qui si evince il significato del tanto decantato slogan: LA GUERRA È PACE. La guerra cessa proprio di esistere allo stesso tempo che la “guerra” diventato mezzo di “pace”, volta al conservare intatta la struttura sociale esistente, e non a difendere o offendere la propria parte avversa(la guerra tradizionale veniva distrutta e con lei il suo significato).

“Noi non conosciamo, letteralmente, nulla della Rivoluzione e degli anni precedenti alla Rivoluzione. Ogni documento è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni quadro è stato ridipinto, ogni statua, ogni strada, ogni edificio hanno avuto mutato il nome, ogni data è stata alterata. E questo processo va avanti ogni giorno, minuto per minuto. La Storia si è fermata. Non esiste nulla se non un presente senza fine».”

La Storia si è fermata. E' questo il punto fondamentale che ci permette di analizzare la funzione del progresso (quindi anche quello tecnologico) di questa società. Quando Winston, il protagonista, fa riferimento alla storia che si è fermata e ad un presente senza fine, egli fa esattamente una fotografia del società in cui vive. La funzione del partito non è altro quello di rimanere costantemente al potere senza correre il rischio di essere sopraffatto, in ogni modo, dalla massa, e quindi vedere minato la costituzione integra dell'intero sistema. La storia si ferma perché è sempre aggiornata al presente, e questo ne rende difficile una sua contestualizzazione, l'idea di progresso viene vista come possibile fattore di destabilizzazione dell'intera struttura sociale, infatti una nuova scoperta scientifica incrinerebbe tale equilibrio, poiché fungerebbe solo da emancipatore delle masse, cioè ne alzerebbe il loro livello di vita e quindi anche la loro capacità di pensare. L'arte della guerra era rimasta pressoché invariata... Nel romanzo tutti e tre i superstati possedevano la bomba atomica, e nonostante continuassero ad incrementarne la produzione, se ne guardavo bene dall'utilizzarle. L'aspetto conservatore, che è evidente, ci fa capire che essendo lo sviluppo fonte di squilibri strutturali, si era fermato insieme alla storia, in tutti i campi principali, salvo quelle discipline sociali, quindi anche psicologiche, che fornivano il presupposto tecnico per il controllo del pensiero.

Nel XXI secolo il significato dello sviluppo tecnologico, e quindi del progresso, è il punto cardine col quale si capisce si capisce il mondo. I concetti come, il progersso, l'andare avanti, sono concepiti dalle persone come parte di essi, loro vivono in virtù di questa visione prospettica del futuro. E tale costrutto del progresso deve essere inteso in termini di una base morale comune.
Lo sviluppo tecnologico, facendo un raffronto con Orwell, è impensabile a prima vista che si possa fermare, dando un unico risultato quello di conservare il livello di vita dei vari strati sociali, ma analizzando attentamente il percorso storico che c'è stato ci permette di capire perché quella tecnologia sia stata concepita e a quale scopo.
“L’uomo trasforma la realtà che poi ne definisce le condizioni di esistenza ”, cosi Marx si esprime a proposito della realtà materiale e quindi della natura. L'uomo a differenza degli animali ha la capacità, non solo, di interagire con la natura ma anche di modificarla, per crearsi i mezzi della sussistenza. E forse grazie questo principio che il progresso tecnologico a preso piede ed è tuttora in atto. Ma oltre che una capacità, quella di modificare la realtà, è anche un bisogno intrinseco nella propria natura, volto a creare i presupposti della propria sopravvivenza. Quindi la linea guida dello sviluppo scientifico è la costante del “bisogno”. Tale linea non sempre è stata rispettata in virtù del fatto che gli interessi egoistici, esistenti da natura, dell'uomo hanno contribuito a sviluppare un percorso differenziato, atto a favorire piccole classi dirigenti che nel tempo si sono susseguite. Se veramente si puntasse alla ricerca, in una maniera diretta, guardando agli interessi di molti e non di pochi, forse gran parte dei problemi nostri sarebbero risolti, ma questo impegno concreto anche se intrapreso non avrebbe tanto successo, perché significherebbe andare contro natura. Certo non può essere visto o tutto bianco o tutto nero, ci sono degli intermezzi, che però la proporzione vede in netto vantaggio gli interessi egoistici rispetto a quelli collettivi.

Concludendo, in risposta alle questioni sopra poste, in riferimento alle tecnologie immaginate da George Orwell (Eric Blair) nel suo romanzo 1984, se effettivamente esse sono state riprodotte tuttora e se vengono utilizzate nella maniera da lui descritte, fatte le dovute proporzioni, si c'è una sorta di corrispondenza ben definita, un rapporto di proporzionalità inequivocabile. Il raggiungimento del potere e fine a se stesso, non basta la supremazia economica, pian piano si arriverà al dominio dell'uomo sull'uomo, e la tecnologia purtroppo sarà il soggetto protagonista di tale processo, e quindi lo slogan la libertà è schiavitù avrà senso.

14 ottobre 2006

La guerra al Terrorismo

Io personalmente vivo in un epoca in cui di guerre ne ho viste poche, se non nessuna, e al massimo erano talmente lontane da poter essere anche dimenticate, il più delle volte vedevo strascichi di notizie dai telegiornali. Ricordo ancora la voce di persone che la guerra l’hanno vista in faccia, sulla loro pelle a partire dalla prima Guerra Mondiale, la seconda, Vietnam, guerra del golfo fino alle recenti guerre in Afghanistan e Iraq. Mi chiedo allora quali siano le caratteristiche di queste guerre, cosa le accomunano le une alle altre. Una cosa è certa ti arrivano bombe addosso, vi è un tremendo conflitto che porta all’auto annientamento, e sicuramente ne sei consapevole. La definirei una guerra reale, dove le parti in causa, si contendono spesso la supremazia territoriale o altri oggetti di contesa.

Però c’è una cosa che non capisco quando sento parlare di guerra al terrore, di guerra al Terrorismo, non riconosco le caratteristiche che contraddistinguono la guerra classica, non capisco quale sia il nemico. Di solito quando c’è una guerra te ne accorgi, e non di sfuggita, la dichiari, ad un entità ben conosciuta, o la subisci. Quando il tuo paese viene attaccato da un nemico i risvolti sono sotto gli occhi di tutti, il conflitto è alimentato da morti da una parte e dall’altra, le parti in causa sono chiarissime a tutti. Ti accorgi che sei in guerra, non hai bisogno che qualcuno te l’ho dica, che ti avvisi, e ti chieda appoggio. Sembra una cosa normale, però per questa è diversa. Me lo sono venuti a dire, mi hanno reso noto dell’esistenza di questa guerra, cosa per me inconcepibile, di solito avrei potuto riconoscerla tranquillamente, come è normale che sia, ma questa volta no.

Partiamo dal definire quale è l’oggetto o il soggetto in questione. Dicesi terrorismo “una forma di azione violenta, tale da mettere in pericolo la popolazione civile, e quindi indurre una condizione di “terrore” diffuso così da ottenere alcuni risultati di tipo politico”. Quindi azione volta a mantenere quello status di terrore, per scopi vari: politici e di controllo. Coloro che sostengono questo principio, i cosiddetti terroristi, agiscono su obiettivi civili (e non) al fine di far alimentare una situazione ben precisa, di conseguenza i morti dei vari attentati e i riferimenti agli attentati sventati, sono solo strumentali, nel senso che non costituiscono il fine ma il mezzo per cui questa azione di terrore possa essere perpetuata (da entrambi i lati del conflitto).

Il loro obiettivo è chiaro, il come anche, allora bisogna chiedersi che tipo di condizionamento hanno avuto nelle nostre vite le loro azioni, quali risultati effettivi hanno raggiunto? Su questo si scopre una realtà sconcertante. La guerra al terrorismo è iniziata a partire dal tragico evento dell’11 settembre del 2001, annunciata dal presidente degli U.S.A George W. Bush, una “guerra” contro un nemico invisibile. L’occidente, simbolo della democrazia e della libertà, diventa parte in causa di questo conflitto, contro l’altro blocco quello arabo, più precisamente contro quei paesi islamici che vengono identificati come culla dei terroristi. Ma sappiamo benissimo che questa guerra se c’è è contro un nemico interno, che ci vuole impaurire, terrorizzare, condizionare la nostra vita in modo totale. Sottolinierei l’effetto totalizzante di questo fenomeno, testimoniato dal fatto che da quando questa guerra ha avuto inizio, nessuno si sente sicuro nel proprio paese, con il timore che da un giorno all’altro possa morire in chissà quale attentato.

Chi ci protegge da questo pericolo invisibile? Naturalmente ci verrebbe da pensare ai nostri governanti che nella loro agenda hanno aggiunto, come impegno prioritario, la difesa dei propri concittadini. La domanda è: rinunceresti alla tua privacy ed a parte della tua libertà per permettere ai servizi di provvedere alla tua sicurezza ed a quella dei tuoi cari? Molti risponderebbero si, senza se e senza ma. Aerei, treni, metropolitane: nulla è più sicuro. I governi aumentano le misure di controllo e di intelligence ma non riescono a fermare le trame criminali, sempre più fantasiose, dei terroristi o, quando ci riescono, ciò è dovuto all'uso illegale di tortura e detenzione. Senza parlare dei metodi fallimentari con cui operano le nostre grandi intelligence, il controllo massivo delle comunicazioni (vedi Patriot Act , Usa), i controlli sugli aerei (ormai dovrai volare in mutande), carcerazione preventiva a tempo indeterminato (vedi ATCSA, in U.K.), e i recenti provvedimenti dovuti al “falso” attentato sventato dai servizi segreti inglesi il 19 agosto 2006. Oppure delle nuove idee che vorrebbero applicare, tipo “Controllo casuale dei passeggeri in partenza attraverso un test della verità”, o “L’aereo non dirottabile”. Si è arrivati quasi ad ammettere la tortura come mezzo per estorcere informazioni utili ai terroristi.

Angelo Panebianco si domanda, in un editoriale del corriere della sera, “Come si spiega che in Italia più che altrove sia venuta totalmente meno l'idea che la convivenza democratica possa poggiare solo su un compromesso, precario quanto si vuole, ma pur sempre un compromesso, fra stato di diritto e sicurezza nazionale?”. Il solito binomio stato di diritto e sicurezza, che sarà al centro del dibattito per molto tempo, segnerà sicuramente il futuro, come l’ho è stato per la guerra fredda, con l’affermazione dello “stato di tensione” tra le due super potenze, ora più di prima con l’instaurazione dello “stato di terrore”. Le due cose sono accomunate da un fattore molto importante, l’esistenza di un nemico, un capro espiatorio, per il primo caso ricordiamo benissimo era L’URSS (nemico2 reale), per il secondo si direbbe il terrorismo. Ma per questo caso il nemico è reale o inventato? Per rispondere a questa domanda, bisognerebbe capire a chi giova questo stato all’insegna del terrore, oltre che a questi fantomatici terroristi. La riposta sembrerebbe ovvia, noi abbiamo paura, i governanti ci offrono protezione e ci chiedono un voto in cambio di tale protezione.

Panebianco continua: “Deve essere ammessa l'esistenza di una «zona grigia», a cavallo tra legalità e illegalità, dove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più graviIl rischio è che una malintesa, fondamentalista, visione della legalità ci porti ad abbassare drammaticamente le difese… Una classe dirigente degna di questo nome non può fare finta di nulla”. Zona grigia, a cavallo tra legalità e illegalità? Malintesa, fondamentalista, visione della legalità? Ma di che parla, forse del fatto che per difenderci bisogna irrimediabilmente ricorrere a metodi che stanno fuori della legge, che spesso portano a colpevolizzare poveri innocenti (errore accidentale) che, nella loro condizione, si troverebbero senza nessuna garanzia legale? Il malinteso vero non sta in tale visione fondamentalista, che genera un ipotetico aumento del rischio, ma più che altro sta nella valutazione a monte, cioè capire che cosa sia veramente il terrorismo. Tutti lo vogliono combattere, ma nessuno seriamente si è chiesto che cosa sia, per questo vengono proposte soluzioni che si dimostrano inadeguate e fallimentari. Continuo a dire che stato di diritto e sicurezza nazionale non devono essere considerate come l’uno il reciproco dell’altra, ma possono coesistere entrambe senza nessuna difficoltà.

Il terrorismo genera paura, ne consegue il bisogno di essere protetti, dalla protezione deriva il consenso. Ecco che il cerchio si chiude e da ciò si evince che: nonostante lo stato di terrore è praticato da chi vuole raggiungere determinati obiettivi politici, economici , e che per questo vuole condizionare il nostro modo di agire e pensare, esso è l’elemento parte in causa del consenso politico. Tutti noi sappiamo che senza il consenso non si può fare nulla in politica, se esso non ci fosse un governo non durerebbe un solo secondo, e infatti come vi spiegate che dopo l’11 settembre 2001 l’amministrazione Bush abbia potuto scatenare due guerre e minacciarne una terza? Avrebbe potuto farlo altrimenti?

Se è vero che solo un nuovo evento catalizzatore, come Perl Harbor, avrebbe potuto dare il via libera a ciò che è tristemente avvenuto (invasione di Afghanistan e Iraq), allora è legittimo chiedersi: che cosa è successo la mattina di quel famoso 11 settembre del 2001? E’ realistico che un gruppo di terroristi arabi, guidato da un uomo che vive in una caverna, abbia potuto realizzare quello spettacolare attentato di cui tutti piangono le vittime? Se non fosse così, allora noi ci troveremo a combattere non più un nemico invisibile, ma uno ben definito e reale, che appunto pratica terrore, per raggiungere il consenso, e infine riuscire a perseguire i suoi perfidi scopi politici (Terrorismo di stato). “Supposizioni” alquanto legittime che, a maggior ragione quando l’esito di tale scempio è di 655 mila morti iracheni, ti fanno ricredere su chi sia in realtà il vero terrorista.

13 ottobre 2006

Informazione è Potere


In un’epoca nella quale le notizie sono fornite perlopiù dai mass-media, urge la necessità di venire a conoscenza della natura di tali notizie. Il processo che esse devono attraversare prima di essere pubblicate è talvolta lungo e tortuoso. Si passa da opportuni “correttori di bozze”, a veri e propri “correttori di realtà”. Laddove queste notizie possono creare qualche attenta riflessione, nella mente del lettore o dell’ascoltatore, c’è sempre qualcosa di imperscrutabile e di indefinibile che va a modificarne il cuore della stessa. Notizie portatrici di informazioni, esse giungono talvolta al nostro vaglio con grandi modifiche rispetto alla vera natura dei fatti. Articoli di giornale che vanno in contrasto con comunicazioni televisive, ma in taluni casi anche in conflitto con altri articoli di altri giornali. Ma allora il cittadino comune, affamato di sapere, come deve comportarsi? Come può distinguere quale sia la vera realtà a cui appigliarsi? In quali termini egli può pregustare una verità tutta bianca, se poi le teorie che l’affermano non possono poggiare le basi sulla realtà materiale? Domande spesso retoriche o senza vera risposta nel campo d’applicazione concreto.

Nel mondo che noi uomini abbiamo costruito, è riconosciuto che l’accrescere della cultura, porta a delle conoscenze su nozioni che trovano interesse in ambito sociale, giuridico e soprattutto economico. Se tutti avessimo l’opportunità di utilizzare i mezzi che producano una crescita della cultura, tutti saremmo in grado di riconoscere quale sia la vera natura dei fatti, tutti avremmo degli strumenti tali da ostacolare le ingiustizie. Ma come si sa è pura utopia tutto ciò. Infatti già Émile Durkheim1, nella seconda metà dell’Ottocento, sosteneva che l’esistenza delle disuguaglianze sociali è un fatto inevitabile, ma è anche necessario al buon funzionamento della società. Egli però si riferiva, come noto, alla divisione del lavoro, necessaria a soddisfare i bisogni sociali. Mentre la disuguaglianza culturale, che aumenta nel terzo millennio anziché diminuire, è una disuguaglianza di tipo strutturale, che pone le radici sullo status dell’individuo. Un individuo colto, è indispensabile alla società, ma più individui coscienti dei loro diritti e con sete di sapere, possono risultare un pericolo. Ecco allora perché in tanti casi, la verità viene offuscata, per la paura di rivolte culturali, che mettano a repentaglio il sistema sinora tenuto in piedi, ed ecco allora il bisogno di ostruire la cultura, rendendola spesso inaccessibile a chi non si può accollare il peso economico.

Bisogna tenere presente che anche le informazioni fanno parte dell’ambito culturale. Esse devono arrivare pure ai nostri occhi affinché contribuiscano ad una crescita culturale. Non avrebbe senso che attraversino meticolosi sentieri, prima di giungere a destinazione. Nella comunicazione, c’è un mittente e un destinatario; se il mittente vuol inviare un messaggio al destinatario, è inutile che tanti intermediari stravolgano il contenuto di tale messaggio, poiché il destinatario non verrà mai a conoscenza di ciò che realmente doveva sapere. Tale esempio può esser riportato a tante notizie obsolete e contraddittorie che circolano tra notiziari televisivi e in versione cartacea. In un’intervista di Erica Pedone, riportata nella rivista mensile del mese di Ottobre di Mani Tese, a Antoine Libert Amico e Miguel Angel Rodigueza Miranda, due dei membri del Ciepac2 in Chiapas3, si evince che “più gente è informata della situazione, più sarà possibile stravolgere l’ordine politico ed economico imposto”. Quindi la mancata informazione proviene da questa fobia? Che ne sarebbe se la popolazione mondiale venisse realmente a conoscenza delle nozioni chimiche, le quali sostengono empiricamente e scientificamente, che l’acciaio fonde a 1535° C4 e non a 800° C come i tiggì di tutto il mondo vogliono farci credere nell’esempio del WTC?
Rivolta!

E’ necessario, dunque, porre in piedi un edificio che abbia alla base una verità vera, contrapposta al potere manipolatore dei media. Esso deve essere costruito con un linguaggio accessibile e facile, condito da supporti video, fumetti e soprattutto interviste alla luce del giorno. Bisogna riportare fedelmente ciò che accade, e non colmare di opinioni gli articoli, pur di pubblicare qualcosa, o peggio farli passare di mano in mano prima di diventare pubblici. Si deve tener presente che bene o male, l’informazione è potere.


Note

1 Émile Durkheim (Épinal, Francia 15 aprile 1858 – Parigi 15 novembre 1917) è un pensatore francese che si richiama all’opera di Auguste Comte (sebbene consideri alcune idee comtiane eccessivamente vaghe e speculative), e può considerarsi, con Karl Marx, Max Weber e Herbert Spencer, uno dei fondatori della moderna sociologia;

2 Ciepac, centro di ricerche economiche e politiche per l’azione comunitaria www.ciepac.org;

3 Chiapas, stato messicano che tra il 1994 e il 1995 rivendicò l’indipendenza, grazie all’esercito zapatista per la liberazione nazionale(EZLN);

4 Informazioni tratte da : Luogo Comune

09 ottobre 2006

Il ruolo dell'informazione

Ogni verità dovrebbe essere sempre documenta dai fatti, quando ti trovi a dover parlare di un qualsiasi argomento e auspicabile un’adeguata preparazione, non servono conoscenze straordinarie, ma almeno quelle basilari per poter sostenere ciò che vai dicendo. Credo che il ruolo dell’informazione sia quello di informare, come dice la parola stessa, senza se e senza ma. Guardi il telegiornale, leggi i quotidiani, per conoscere le novità del mondo che ti circondano prendendole per buone, in quanto sono voce incontestabile e su questa base conoscitiva ti crei le tue aspettative di vita, le tue posizioni politiche, le tue opinioni riguardo a qualche cosa o persona. Insomma tale influenza non è trascurabile visto che incide in tanti fattori della persona. Vista tale influenza potresti almeno porti dei dubbi riguardanti l’ infallibilità di chi pratica il giornalismo, di chi fa informazione in generale, dubbi che possono nascere da un attenta valutazione del sistema che regge i “Media” in generale.

Al giorno d’oggi la comunicazione di massa ha raggiunto livelli straordinari dal punto di vista della diffusione, tali da rendere evidente la facile influenza diretta o indiretta che ha sulla formazione della propria persona. Quante volte senti, che la televisione deve educare, avere una certa forma di linguaggio, fasce protette e altro ancora. Questo significa riconoscere che i grandi mezzi di comunicazione hanno una certa influenza sull’individuo che ne è a contatto, riconoscendo anche la facilità con cui questo avviene, quasi come un effetto collaterale, anche se tanto collaterale non è.

La situazione italiana dal punto di vista dell’informazione è drammatica, ma non peggiore di altre, e stagnante. Drammatica perché abbiamo, per quanto riguarda televisioni una vera e propria lottizzazione dei canali televisivi tra i vari partiti (chi più chi meno), sempre circoscritti al duopolio Rai-Mediaset, che fanno si che la voce predominante sia quella del padrone, editore o direttore. Stagnante perché questa situazione va avanti da più di mezzo secolo. Invertire la rotta un decennio fa sarebbe stato impossibile, ora è un realtà emergente, rappresentata da quella realtà virtuale che vive nell’insegna del World Wide Web.

Questo mondo virtuale ha una sua caratteristica che lo contraddistingue, da altri mezzi di comunicazione, la sua struttura orizzontale, non è prevista una gerarchia per la gestione e l’utilizzo del mezzo. Basti ricordare come funzionano la televisione o i giornali, è prevista una gerarchia ben precisa, una struttura a piramide, che ne limita il suo accesso e utilizzo reale. Mentre invece il web non ha padroni, non ha strutture organizzative complesse, teoricamente e praticamente l’accesso al mezzo è garantito a tutti. Quello che si configura per i giovani e i meno giovani è un futuro che sarà nell’insegna della lotta per la conquista della libera informazione, diritto che è costituzionalmente garantito, ma che è praticamente lontano dalla sua applicazione. E purtroppo il mondo virtuale, vedi il web, e quello “reale”, media tradizionali, vanno sempre in direzioni opposte, in cui l’uno esclude l’altro perché aventi strutture diverse, non potranno esistere tutti e due, l’uno prevarica sempre rispetto all’altro.

Analizzando questi due mondi si potrebbe dire che qualche cosa sta cambiando, nel segno della libera informazione molte persone si stanno avvicinando a internet, perché è una spazio sempre meno vago, inaccessibile, e sempre più dinamico e aperto a tutti. Il fenomeno cresce a ritmi esponenziali, con caratteristiche proprie che vanno di pari passo con la degenerazione del sistema radio-televisivo italiano e mondiale, del sempre più evidente fallimento della politica, al disincanto verso cose che sembravano certe e si è perso ogni riferimento reale, poiché dimostratosi falso e incongruente.

Resta da scegliere da che parte stare, da quella in cui tutto è dato e altro non è dato sapere, o quello dove il ruolo attivo dell’individuo è capace di elevarlo ad una consapevolezza di cui era stato privato. Nessuno pretende di conoscere il mondo in assoluto, tutte le risposte, ma almeno è indispensabile sviluppare una sorta di spirito critico verso i problemi che ci vengono posti, in modo da elaborare soluzioni valide e alternative a questi problemi, con l’ambizione forse esagerata di cambiare il mondo, a partire da se stessi.

08 ottobre 2006

Cogito Ergo Sum


Benvenuti!

Questo blog è stato pensato e ideato da due giovani studenti universitari di scienze politiche. Solitamente un blog è un semplice “diario in rete”, un semplice luogo virtuale dove raccontare la propria giornata, ciò che ci è accaduto, momenti particolari, emozioni vissute; ma questo blog è stato creato pensando ad esso come strumento innovativo, per raccontare il mondo che ci circonda, per scambiare opinioni, per aprire discussioni, ma innanzi tutto per informare. Vorremmo che voi lettori consideraste questo blog come un viaggio virtuale, noi saremo i vostri accompagnatori, capirete ben presto che tipo di viaggio noi stessi ci apprestiamo ad affrontare assieme a voi. Un viaggio nel mondo dell'informazione, per conoscere, informarsi, capire il mondo che viviamo ogni giorno.

Nessunarazza si pone l'obiettivo di far conoscere, di informare; “nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario” non è una semplice frase ad effetto ma purtroppo è qualcosa di reale, che esiste, che potremmo toccare con mano, sentire, vedere, ma questo ci è precluso, perchè non ne abbiamo lo strumento, la conoscenza, appunto l'informazione.

Per l'art.21 della nostra Costituzione “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Questa è la condizione necessaria all'informazione. Nella nostra Costituzione Repubblicana non si trova però riferimento esplicito al “diritto all'informazione o meglio ad essere informati”; un riferimento a tale proposito si trova unicamente nell'art 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dove si fa riferimento al “diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Inoltre di diritto all'informazione ne parla anche la Corte costituzionale nella sentenza n. 420/1994.

Potremmo quindi dire che per quanto riguarda la nostra Costituzione il diritto all'informazione può essere visto come “implicito” nell'art.21. Ma un diritto implicito può bastare? La verità è che il diritto all'informazione è un qualcosa che l'uomo deve cercare, si deve conquistare.

Attualmente non possiamo dire che il nostro diritto all'informazione sia applicato, questo è un diritto che ogni giorno viene se non violato, eluso. Si, eluso, perchè anche se non siamo più ai tempi del fascismo nel quale la censura la faceva da padrona, non possiamo considerarci soddisfatti per l'informazione che ci viene regolarmente propinata da televisioni e giornali. Qualsiasi sia lo schieramento politico, la condizione sociale ed economica, il cittadino non riceve un informazione libera ed incondizionata.

Il cittadino viene a conoscenza solo di ciò che si vuole far conoscere. I motivi sono svariati. L'orientamento editoriale di un giornale prevede una certa linea; una redazione televisiva riceve pressioni dal direttore di turno, che a sua volta ha ricevuto pressioni dal ministro di turno; gli esempi possono essere decine, centinaia.

Come può vivere il cittadino senza ricevere la giusta informazione, venendo a conoscenza solo di certi fatti, o fatti che incredibilmente si sono trasformati. Nessunarazza è un piccolo blog, ha una piccola “redazione”, eppure cercheremo di dare col tempo e al maggior numero di persone possibile una buona informazione, non pretenderemo mai di conoscere la verità assoluta, tutto ciò che vogliamo è affrontare la realtà e il mondo che ci circonda con mente critica. Non ci schiereremo, ne con una parte politica, ne con una confessione religiosa, ne con una lobby o un'associazione. Tutto ciò che vogliamo è provare, e ripeto semplicemente provare, a dare un informazione veramente Libera.

Nel tempo del consumismo più sfrenato, della globalizzazione, dell'inganno universale la vera informazione viene messa in secondo piano perchè scomoda, dannosa alla società attuale. In questo periodo siamo fieri di definirci liberi pensatori, di proporre un'informazione libera senza padroni.